31) E quindi fu Insalaco

Mai verbo “fu” più indicato, potremmo parafrasare, come nella storia (e nella fine) di un Uomo Giusto (per il quale le iniziali maiuscole sono d’obbligo quanto l’aggettivo che gli si addice).

Il passato remoto forma un’equazione inscindibile con il “presente imperfetto” e potremmo dire nel caso di una città che tempo-reggia, un Eterno Presente, pur sempre imperfetto: perché viziato dalla memoria, quella che vale, quella non faziosa, argomento di cui il capoluogo siciliano sembra non volerne sentire parlare quasi mai se non con “eterno” fastidio.

Quando si ha la colpa di aver cercato di cambiare le cose in questa città, e di non avere obbedito al Sistema, ma associando questo all’errore di non essere più protetto dagli schieramenti, dalle parti o dai partiti, che sono e saranno sempre “l’uno” o “l’altra” fazione, rispettivamente e a seconda, i “buoni” e i “cattivi”, questo errore può rappresentare nel senso più stretto della definizione “la morte civile”…oltre che quella fisica.

Questa la fine di Giuseppe “Peppuccio” Insalaco, che oggi a 24 anni dalla sua scomparsa prematura e violenta la sera del 12 gennaio del 1988 viene finalmente ricordato da Istituzioni ibride tra un passato spazzato via dalla memoria ed un presente incerto, quasi come il suo nome fosse improvvisamente caduto dal cielo, mentre i familiari con rabbia e con dolore ma mai con rassegnazione si sforzavano di ricordare alla città quanto fosse stata spietata nei confronti di un uomo, da vivo e da morto, e che su quel muro degli eroi (su cui oggi con confusione di memoria giovani attivisti e vecchi professionisti immemori scrivono nomi e storie), va annoverato anch’egli.

Ma a Palermo ricordare è un tabù, lo è doppiamente quando si tratta di un nome scomodo, difficile da nominare, perché una architettata macchina del fango ha provveduto in passato ad associare una storia a elementi di “ambiguità” e di “disturbo”, due aggettivi appioppati all’ex sindaco di cento giorni Insalaco perché non si rassegnava a tapparsi quella bocca aggressiva. Quando il “personaggio” viene dichiarato “non chiaro” (o non nitido, questo l’appellativo riservatogli a poche ore dalla morte dagli agenti che scoprirono il corpo riverso in auto in via Cesareo) si mette in moto un meccanismo perverso: una levata di spalle e uno sguardo perplesso dicono più di tanti discorsi sfumati e circolari negli occhi di colui al quale chiedi “mi parli di Peppuccio ?”

Una città che segue le mode anche dell’Antimafia, dice quello che le viene consigliato o sussurrato all’orecchio, ascolta storie comode da materializzare, dimentica fatti gravissimi associati ad altri nei libri di storia, e sforna eroi della domenica associati a veri “eroi per sempre” che, quando si tratta di seguire uno scadenzario dei comunicati stampa per ricordare il morto ammazzato di turno, cercano informazioni arraffazzonate sulla rete e le trascrivono senza nemmeno controllare gli errori.

Insalaco la città l’aveva capita bene, al punto di ammettere che questo fu il suo più grave errore, o se vogliamo, la sua unica colpa: capire tardi cosa sia davvero una Palermo dai due volti soltanto apparenti, uno specchio a due facce dove il bianco non è nero ed il nero non sbianca, ma fanno parte dell’unica tresca, quella che si inginocchia al Conte Arturo Cassina gran Maestro del Santo Sepolcro e dell’Ordine dei suoi cavalieri; la “Palermo è bella, facciamola più bella” di Ciancimino, di Lima, della Dc becera, spaccata in due tronconi irrecuperabili, spinta al rinnovamento da un lato e al conservatorismo dall’altro.

Una morsa letale, nella quale caddero due persone autenticamente votate al rinnovamento, Elda Pucci prima e Giuseppe Insalaco quindi, che volle rompere con il Sistema al quale era stato asservito (e ridotto quasi ad un soldato semplice per anni) per dichiararsi “l’uomo nuovo della Dc”.

Ma i modi per fare fuori un sindaco sono tanti, troppi e troppi insieme per un uomo se è solo: “falso moralizzatore” gli gridano le centinaia di dipendenti licenziati dalla Lesca e dalla Icem sotto Palazzo delle Aquile, in una sorta di guerriglia urbana che assedia Piazza delle Vergogne di Palermo per quasi 4 giorni. “Buffone!” gli gridano i democristiani, i cianciminiani, gli uomini della sua stessa giunta, in aula consiliare a Sala delle Lapidi, allorchè Peppuccio non si arrende e non vuole concedere a due ditte l’appalto pluridecennale delle strade, delle illuminazioni pubbliche e del rifacimento del centro storico, quel nucleo vandalizzato da sempre e per sempre di una città invasa da una colata di cemento.

Non può essere bollato (e liquidato) come atto d’orgoglio o semplice atto disperato un coraggio che espone un uomo ad un quasi suicidio calcolato: almeno politico, dopo una carriera che aveva portato una irresistibile ascesa al ruolo – tanto sognato – di primo cittadino, durato appena cento giorni, finchè Palermo non gli scoppia in mano.

Non riesco a pensare interamente al coraggio di un uomo lasciato a morire dai palermitani con le spalle voltate, mentre bruciato politicamente se ne va alla Commissione Antimafia e depone scatenando un terremoto ancora più grave di quello che falsi pentiti innescano con le loro mine vaganti umane che rappresentano; non serve, ed allora è a Falcone che Insalaco dice “in questa Dc io sono solo, in questa città sono ancora più solo”.

Così inizia un disordinato memoriale scritto ancora da vivo, quando addirittura il cacciatore diventa preda di un esposto architettato, una manovra che gli “amici” e gli “amici degli amici” hanno messo insieme per chiudere una volta e per sempre il conto Insalaco; in quelle sbavature, in quelle cancellature a penna, in quelle frasi manoscritte con fretta e con rabbia c’è tutto: ci dicono di un uomo che sta morendo, che sa di essere giunto alla fine della sua corsa e che non vuole scomparire in vano, speranzoso che almeno domani si possa mettere ordine.

Ma si sbaglia; domani non vi è riscatto per chi ha lanciato bombe su Palermo pesanti al punto da far tremare i pilastri della città-bene: finanzieri, commissari, politici, avvocati e magistrati sussultano e provano a far sparire in tutti i modi quel dossier; se due giornalisti (Attilio Bolzoni e Saverio Lodato) provano a pubblicarne stralci vengono arrestati. Infine è dai piani alti che viene l’ordine: “lasciamo stare i buoni e i cattivi”, anche perché “il personaggio è oscuro e così deve restare”.

Solo un giornale, la testata storica più coraggiosa d’Italia, L’Ora, non esita a commemorare il coraggio di Insalaco: sono uomini con la U maiuscola, votati alla ricerca della verità e a dirla sempre e comunque a costo di decine di processi e imputazioni, quei giornalisti che gridano a gran voce “lasciate in pace un uomo già ucciso!”; sono anch’essi figli che Palermo ha presto messo in soffitta, che la città ha perso geograficamente (Etrio Fidora) o fisicamente (Mario Farinella e Nicola Cattedra), e che invece devono meritare il rispetto e la gratitudine di tutti i cittadini, mentre gli scritti di intellettuali come Sciascia vengono usati ad arte dagli stessi personaggi in cerca d’autore e di gloria che lo scrittore accusa di protagonismo ostinato.

Palermo felicissima, festeggia la Primavera, diventa la capitale del Mediterraneo, conclude una guerra sugli appalti “liberati apparentemente” che altri uomini caduti sul campo hanno combattuto, si libera di magistrati facendoli scoppiare in aria, giudici che poco prima vedevi uscire in fretta sulle autoblinde dal Palazzo di Giustizia; mentre alcuni cittadini si sbrigavano a sputare sulle vetture, oggi li vedi andare a manifestazioni in loro ricordo, festini più spettacolari di quello a Santa Rosalia, dove soltanto alcuni nell’ordine senza ordine: credono, combattono, ricordano.

In questa Palermo a due facce della stessa medaglia, che muore e rinasce per poi perire sotto i colpi del “male minore”, che cerca di prendere tempo per decidere cosa è meglio evitare, che gode perché si contenta e che muore perché la contentano…a chi volete che importi di un uomo che ci è pirandellianamente morto nel piacere dell’onestà…

SERGIO RUFFINO

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